• Rachele Bindi

Segna-Libri: “Chiedi alla polvere”


John Fante "Chiedi alla polvere"

“In quelle strade c’è la polvere dell’Est e del Middle West, ed è una polvere da cui non cresce nulla, una cultura senza radici, una frenetica ricerca di un riparo, la furia cieca di un popolo perso e senza speranza alle prese con la ricerca affannosa di una pace che non potrà mai raggiungere. E c’è una ragazza ingannata dall’idea che felici fossero quelli che si affannavano, e voleva essere dei loro”


So cosa stai per obiettare: “Chiedi alla polvere” è il terzo libro della tetralogia di Arturo Bandini, il protagonista dei romanzi autobiografici di Fante, perché mai fare un segna-libro su questo se prima non ci hai raccontato gli altri due che lo precedono?

Cerco di rimediare subito. La saga di Arturo Bandini è composta da “La strada per Los Angeles” (1936), “Aspetta primavera, Bandini” (1937), Chiedi alla polvere (1939), “Sogni di Bunker Hill” (1982).

Io ho una passione per Bandini, quindi non posso che consigliarti di leggerli tutti, ma “Ask the Dust” (come suona bene in lingua originale!) e l’ultimo, dettato da Fante, oramai sul punto di morte, alla moglie Joyce Smart, sono quelli che mi colpiscono di più.

Sarà perché in fondo sono interessata agli inciampi e ai momenti in cui facciamo i conti con la nostra individuazione.

In “Chiedi alla polvere” Arturo è arrivato a Los Angeles dal Colorado per diventare finalmente uno scrittore famoso, ha pubblicato “Il cagnolino rise”, il suo primo racconto, su una rivista di cui venera l’editore, Hackmuth.

Arturo vive in un hotel a Bunker Hill frequentato da personaggi bislacchi e si troverà continuamente a fare i conti con li soldi e con il suo volersi sentire affermato.

Alla pubblicazione di un racconto reagisce con euforia e con slanci eccessivi di spese superficiali che lo riportano presto nella condizione di povertà e disperazione che sembrano essere necessarie per la sua creatività.

Nel frattempo Arturo fa i conti anche con l’amore, quello sbagliato, che non sa quanto e come avvicinarsi all’altro, che ha paura di perdere la propria identità e che in fondo vorrebbe solo conferme e la costruzione di un futuro.

Il romanzo è molto denso, come lo sono i capolavori: insieme all’amore non corrisposto troviamo molte tematiche sia individuali e intime che sociali, in cui il senso di sradicamento non ci abbandona mai.

Potrei affermare di aver sentito in bocca il sapore di quella polvere, ma potrebbe essere suggestione:

“Ci saranno momenti di confusione e momenti di desiderio, e altri in cui la mia solitudine verrà alleviata solo dalle lacrime che, come uccellini bagnati, cadranno ad ammorbidire le mie labbra aride”

Ti lascio andare a cercare il libro con il pensiero di Charles Bukowski su John Fante:

“Rimasi fermo per un attimo a leggere, poi mi portai il libro al tavolo con l’aria di uno che ha trovato l’oro nell’immondezzaio cittadino. Le parole scorrevano con facilità, in un flusso ininterrotto. Ognuna aveva la sua energia ed era seguita da un’altra simile. La sostanza di ogni frase dava forma alla pagina e l’insieme risultava come scavato dentro di essa. Ecco, finalmente, uno scrittore che non aveva paura delle emozioni. Ironia e dolore erano intrecciati tra loro con straordinaria semplicità. Quando cominciai a leggere quel libro mi parve che mi fosse capitato un miracolo, grande e inatteso. […] Fante era il mio dio. ”





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