Libroterapia e Psicoterapia


La Libroterapia rientra nella Psicoterapia? Che differenza c’è tra l’uso individuale della Libroterapia e quello di gruppo? L’obiettivo terapeutico della Libroterapia, le sue possibilità di generare un cambiamento nella persona, sono state oggetto di un ampio dibattito negli anni ’90. La tipologia di conduzione influenza molto i possibili esiti della Libroterapia.

Anche se la Libroterapia viene proposta come tecnica anche da professionisti che provengono da background di studio molto diversi tra di loro, quando si considerano le sue possibilità terapeutiche si entra nel campo della psicologia e della psicoterapia. Quindi per quanto

riguarda gli approcci alla Libroterapia che qui considero, mi limito a riportare soltanto le considerazioni dei colleghi (psicoterapeuti), a loro volta distinti in maniera molto macro tra orientamento cognitivo-comportamentale ed orientamento psicodinamico.

Shrodes (1950), un pioniere della Libroterapia come la conosciamo oggi, ha scritto una delle prime opere che tentano di spiegare in che modo la letteratura può aiutare il lavoro terapeutico, presentando come basilari per i benefici terapeutici della tecnica i processi di identificazione, catarsi e insight.

Molti scrittori da allora hanno fatto affidamento su questi stessi costrutti (Afolayan, 1992; Bernstein, 1989; Farkas & Yorker, 1993; Kramer e Smith, 1998; Morawski, 1997; Pardeck, 1998; Zaccaria, 1968).

Il tipo stesso di letteratura scelta fa la differenza. Shrodes e gli psicoterapeuti psicodinamici prediligono la narrativa, mentre gli psicoterapeuti cognitivo-comportamentali preferiscono letteratura didattica e testi di auto-aiuto.

Shrodes (1950, p.33) sostiene che mentre la letteratura didattica può contribuire alla consapevolezza della persona (in termini di motivazione dei propri comportamenti e processi di pensiero), la narrativa è più adatta per dare alla persona “l’esperienza emotiva senza la quale una terapia efficace sarebbe impossibile”.

Molti psicoterapeuti sono pronti a sottolineare che l’utilizzo di letteratura è un complemento, non una alternativa al processo terapeutico (Holman, 1996).

Sicuramente questo vale per la psicoterapia individuale, ma se pensiamo ai gruppi, se il professionista è consapevole dei processi che il gruppo mette in atto, la Libroterapia mostra il suo valore in termini di benefici, in quanto, come sottolinea Shrodes, le reazioni individuali ad una data opera non sono mai identiche: “Per due persone non ci può essere una assoluta equivalenza di simboli, perché non ci sono due persone che hanno lo stesso vissuto psicologico” (p.85).

Il gruppo permette quindi un’amplificazione degli effetti terapeutici, in quanto, sempre con la mediazione dello psicoterapeuta, c’è la possibilità di ottenere un feedback dagli altri partecipanti, di conoscere altri punti di vista e alternative di amplificazione emotiva del proprio vissuto (Shechtman & Ben-David, 1999).

La Libroterapia rientra nella Psicoterapia? Che differenza c’è tra l’uso individuale della Libroterapia e quello di gruppo? L’obiettivo terapeutico della Libroterapia, le sue possibilità di generare un cambiamento nella persona, sono state oggetto di un ampio dibattito negli anni ’90. La tipologia di conduzione influenza molto i possibili esiti della Libroterapia.

Anche se la Libroterapia viene proposta come tecnica anche da professionisti che provengono da background di studio molto diversi tra di loro, quando si considerano le sue possibilità terapeutiche si entra nel campo della psicologia e della psicoterapia. Quindi per quanto

riguarda gli approcci alla Libroterapia che qui considero, mi limito a riportare soltanto le considerazioni dei colleghi (psicoterapeuti), a loro volta distinti in maniera molto macro tra orientamento cognitivo-comportamentale ed orientamento psicodinamico.

Shrodes (1950), un pioniere della Libroterapia come la conosciamo oggi, ha scritto una delle prime opere che tentano di spiegare in che modo la letteratura può aiutare il lavoro terapeutico, presentando come basilari per i benefici terapeutici della tecnica i processi di identificazione, catarsi e insight.

Molti scrittori da allora hanno fatto affidamento su questi stessi costrutti (Afolayan, 1992; Bernstein, 1989; Farkas & Yorker, 1993; Kramer e Smith, 1998; Morawski, 1997; Pardeck, 1998; Zaccaria, 1968).

Il tipo stesso di letteratura scelta fa la differenza. Shrodes e gli psicoterapeuti psicodinamici prediligono la narrativa, mentre gli psicoterapeuti cognitivo-comportamentali preferiscono letteratura didattica e testi di auto-aiuto.

Shrodes (1950, p.33) sostiene che mentre la letteratura didattica può contribuire alla consapevolezza della persona (in termini di motivazione dei propri comportamenti e processi di pensiero), la narrativa è più adatta per dare alla persona “l’esperienza emotiva senza la quale una terapia efficace sarebbe impossibile”.

Molti psicoterapeuti sono pronti a sottolineare che l’utilizzo di letteratura è un complemento, non una alternativa al processo terapeutico (Holman, 1996).

Sicuramente questo vale per la psicoterapia individuale, ma se pensiamo ai gruppi, se il professionista è consapevole dei processi che il gruppo mette in atto, la Libroterapia mostra il suo valore in termini di benefici, in quanto, come sottolinea Shrodes, le reazioni individuali ad una data opera non sono mai identiche: “Per due persone non ci può essere una assoluta equivalenza di simboli, perché non ci sono due persone che hanno lo stesso vissuto psicologico” (p.85).

Il gruppo permette quindi un’amplificazione degli effetti terapeutici, in quanto, sempre con la mediazione dello psicoterapeuta, c’è la possibilità di ottenere un feedback dagli altri partecipanti, di conoscere altri punti di vista e alternative di amplificazione emotiva del proprio vissuto (Shechtman & Ben-David, 1999).

La Libroterapia rientra nella Psicoterapia? Che differenza c’è tra l’uso individuale della Libroterapia e quello di gruppo? L’obiettivo terapeutico della Libroterapia, le sue possibilità di generare un cambiamento nella persona, sono state oggetto di un ampio dibattito negli anni ’90. La tipologia di conduzione influenza molto i possibili esiti della Libroterapia.

Anche se la Libroterapia viene proposta come tecnica anche da professionisti che provengono da background di studio molto diversi tra di loro, quando si considerano le sue possibilità terapeutiche si entra nel campo della psicologia e della psicoterapia. Quindi per quanto

riguarda gli approcci alla Libroterapia che qui considero, mi limito a riportare soltanto le considerazioni dei colleghi (psicoterapeuti), a loro volta distinti in maniera molto macro tra orientamento cognitivo-comportamentale ed orientamento psicodinamico.

Shrodes (1950), un pioniere della Libroterapia come la conosciamo oggi, ha scritto una delle prime opere che tentano di spiegare in che modo la letteratura può aiutare il lavoro terapeutico, presentando come basilari per i benefici terapeutici della tecnica i processi di identificazione, catarsi e insight.

Molti scrittori da allora hanno fatto affidamento su questi stessi costrutti (Afolayan, 1992; Bernstein, 1989; Farkas & Yorker, 1993; Kramer e Smith, 1998; Morawski, 1997; Pardeck, 1998; Zaccaria, 1968).

Il tipo stesso di letteratura scelta fa la differenza. Shrodes e gli psicoterapeuti psicodinamici prediligono la narrativa, mentre gli psicoterapeuti cognitivo-comportamentali preferiscono letteratura didattica e testi di auto-aiuto.

Shrodes (1950, p.33) sostiene che mentre la letteratura didattica può contribuire alla consapevolezza della persona (in termini di motivazione dei propri comportamenti e processi di pensiero), la narrativa è più adatta per dare alla persona “l’esperienza emotiva senza la quale una terapia efficace sarebbe impossibile”.

Molti psicoterapeuti sono pronti a sottolineare che l’utilizzo di letteratura è un complemento, non una alternativa al processo terapeutico (Holman, 1996).

Sicuramente questo vale per la psicoterapia individuale, ma se pensiamo ai gruppi, se il professionista è consapevole dei processi che il gruppo mette in atto, la Libroterapia mostra il suo valore in termini di benefici, in quanto, come sottolinea Shrodes, le reazioni individuali ad una data opera non sono mai identiche: “Per due persone non ci può essere una assoluta equivalenza di simboli, perché non ci sono due persone che hanno lo stesso vissuto psicologico” (p.85).

Il gruppo permette quindi un’amplificazione degli effetti terapeutici, in quanto, sempre con la mediazione dello psicoterapeuta, c’è la possibilità di ottenere un feedback dagli altri partecipanti, di conoscere altri punti di vista e alternative di amplificazione emotiva del proprio vissuto (Shechtman & Ben-David, 1999).

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