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Metà di un sole giallo, una riflessione

May 1, 2019

 

Per chi - come me - era piccolo alla fine degli egli anni ‘60, la guerra del Biafra e le immagini  del Biafra rappresentarono la fine dell’innocenza, la tragica sconfitta di ogni boccone di minestra mandato giù “se no diventi come un bambino del Biafra”.

E così mi sono immersa nella lettura di “Metà di un sole giallo” di Chimamanda Ngozi Adichie, in cui i mille volti dell’Africa vengono travolti dalla proclamazione d’indipendenza del Biafra nel 1967 e dalla conseguente guerra civile con la Nigeria: cercavo   una parte della mia infanzia che giaceva lì, in quei bocconi trangugiati a forza nel disperato desiderio di farli arrivare ai “bambini del Biafra” e nell’assoluta impotenza e impossibilità di dar loro qualcosa di quell’amaro alimento.

“Metà di un sole giallo” è un romanzo epico, che unisce in sé la saga familiare e l’epopea di un popolo.

Lo sguardo di Ugwu - il ragazzo del villaggio preso a servizio in  casa di un professore Universitario (Odenigbo) è quello che ci guida in tutta la narrazione  e che coinvolge il lettore in un mondo inaspettato, di cui ignoravo l’esistenza, e che ho iniziato a conoscere attraverso gli occhi eccitati, curiosi, avidi di apprendere di Ugwu.

Attraverso quegli occhi  ho scoperto che la realtà della Nigeria alla fine degli anni ’60 era composita e complessa.    

Lo sguardo acuto e intelligente di Ugwu ci narra la storia di  due sorelle gemelle, della loro famiglia di origine e del variegato mondo in cui sono immerse. Intrecciata con queste vicende private la storia del sorgere e dell’evolvere del conflitto tra Nigeria e Biafra. 

E dei mille modi in cui le persone  hanno vissuto quel conflitto.

Oggi scopro che non c’erano solo i bambini con la pancia gonfia. C’erano donne che gestivano i campi profughi, altre che ostinatamente mantenevano aperte le scuole, altri che fuggivano all’estero, altri ancora che giocavano a polo. C’era chi si ubriacava per troppo dolore, e chi si arricchiva sugli aiuti umanitari, giornalisti che arrivavano per poche ore solo per scattare foto ai “bambini con la pancia gonfia” e chi si immerse in quella realtà facendola propria. C’era una realtà eterogenea, dai mille volti, com’è sempre la realtà quando le si rivolge uno sguardo che vuole comprendere.

Ero alla ricerca di qualcosa perso nella mia infanzia, inaspettatamente invece Il romanzo interroga il mio sguardo sull’oggi.

Qual è lo sguardo che poso sugli africani che popolano le nostre strade?

C’è rispetto nel mio sguardo? 

E  qual è la narrativa che ci consente di tollerare alle periferie delle nostre città campi profughi in cui si può morire carbonizzati?

Forse alzare lo sguardo sulla cultura di cui sono portatori gli africani che incontriamo può aiutarci ad essere più umili in loro presenza, a guardarli  con riguardo,  perché la realtà è sempre più articolata e difficile di quanto appaia ad uno sguardo fugace.

 

 

 

 

 

 

 

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