• Rachele Bindi

Segna-Libri: “Una bambina senza stella”


Graziano Graziani Taccuino delle piccole occupazioni Libroterapia.net

Silvia Vegetti Finzi "Una bambina senza stella"

“Tutto ciò che siamo, persino le occasioni perdute, si trova là, nei sedimenti della memoria che, del fluire del tempo, trattiene l’essenziale”

L’autrice è una collega che ha già scritto “Il bambino della notte” e “Storia della psicoanalisi” ed è molto attenta alle tematiche della crescita e del femminile.

La narrazione affianca a ricordi autobiografici delle riflessioni della scrittrice che, ormai adulta, cerca di ricostruire il filo narrativo di alcuni episodi della sua infanzia. La scrittrice fa una scelta particolare per una autobiografia, non dice mai “Io”, consapevole della frammentarietà dei suoi ricordi e della necessità di ricostruire un narrato senza quella continuità che ci si potrebbe aspettare (gli spunti di riflessione sul rapporto tra identità e ricordi nel testo sono molti). È la stessa operazione narrativa fatta dalla Christa Wolf per “Trama d’infanzia”: “restare senza parola o vivere in terza persona, pare che questa sia la scelta”.

La storia inizia nel 1938, quando la bambina viene portata dalla madre a Villimpenta, da parenti nella Bassa Mantovana, perché la madre, il padre e il fratello maggiore si rifugeranno in Etiopia a causa delle leggi razziali. Saranno cinque anni lontana dalla famiglia, proprio nei primi anni della vita, per questo l’autrice vuole tenere separati i ricordi dalle riflessioni, aiutandoci a comprendere il narrato quando la frammentarietà autobiografica renderebbe difficile l’orientamento del lettore. Il testo può farci pensare a “La principessa delle ombre” di Cordelia Edvardson, dove troviamo una bambina che racconta l’esperienza indicibile della deportazione.

I ricordi della bambina sono brevi piccole perle, quotidiane eppure eccezionali: al lettore è possibile rivedersi e la narrazione ne tiene conto, permettendo ad ognuno di rintracciare i propri ricordi leggendo quelli della bambina.

Sembra di sfogliare un albo fotografico, in seppia, ma siamo davanti all’assenza della cura necessaria per fare un albo e la scrittrice si trova a riflettere sul fatto che la vita vera, in fondo, è quella narrata. E secondo me un buon modo per imparare la vita, oltre al viverla, è proprio raccontarla.

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