Segna-Libri: “La strega e il capitano”


Leonardo Sciascia "La strega e il capitano"

Oggi ricorre il centenario della nascita di Leonardo Sciascia, per questo ierisera, dopo ampia ricerca dei suoi testi nella libreria di casa (non del tutto fruttuosa, a dire il vero, visto che alcuni sono misteriosamente spariti), ho deciso di leggerne uno per me nuovo.


Ultimamente il tema della "strega" fa parte della mia pratica libroterapica, sia declinato come "streghe letterarie" ovvero grandi scrittrici scomode allo spirito del tempo in cui sono vissute, sia come rapporto negativo col femminile.

Per questo ho scelto "La strega e il capitano",


Il testo, che forse potremmo dire una operetta morale (ma qui chiedo un parere agli esperti), è stato scritto in solo tre settimane da Sciascia su spunto di alcuni appunti in fotocopia e trascritti che nel 1983 l’editore Franco Sciardelli gli aveva donato, inerenti al processo di Caterina Medici , condannata al rogo per stregoneria nel 1617.

La narrazione, pensata per il centenario della nascita di Manzoni, è inizialmente uscita a puntate sul Corriere della Sera tra il dicembre 1985 e il gennaio 1986, per essere poi raccolta in volume da Bompiani nel 1986 e in seguito da Adelphi che lo ripropose in collana nel 1999 e in edizione economica nel 2019.


Nella edizione Adelphi il risvolto di copertina fornisce al lettore la chiave di lettura del testo:

“Nel febbraio del 1617, a Milano, Caterina Medici, serva «carnosa ma di ciera diabolica», viene condannata al rogo: «Sia condotta sopra un carro al luogo del pubblico patibolo, ponendole sulla testa una mitra con la dicitura del reato e figure diaboliche, e percorrendo le vie e i quartieri principali della città col tormentarla nel corpo con tenaglie roventi, per poi essere bruciata dalle fiamme...». In apparenza, uno dei tanti casi di stregoneria depositati nei nostri archivi. Ma la scrupolosa, o meglio accanita, ricostruzione che all’atroce caso – ricordato da Manzoni nel XXXI capitolo dei Promessi sposi – dedica Sciascia in questo libro del 1986 ci mostra che non è così, giacché tutta la vicenda nasconde tra le pieghe interrogativi e zone d’ombra. Nello sbrogliare l’esasperante «pasticciaccio» con le cadenze e il montaggio di un thriller, egli non si limita tuttavia a consegnarci una delle sue inconfondibili miniature microstoriche, ma dilata l’avversione della Chiesa Cattolica per le «antiche fantasie e leggende» a immagine dell’eterno schema che vede ogni «sistema dominante» combattere tutte le fonti di «ingiustizia, di miseria, d’infelicità» nel momento in cui «ingiustizia, miseria e infelicità» vengono da quello stesso sistema «in maggiore quantità e con accelerazione prodotte». Ancora una volta quel che preme a Sciascia è scrostare dalla Storia le innumerevoli maschere del potere, sino a svelarne il volto ripugnante e primigenio. E ancora una volta egli riesce ad assimilarsi sapientemente allo stile dei documenti, affidando la luce del giudizio al contrappunto mentale dei lettori”.


Manzoni mette in nota la “Storia di Milano” di Pietro Verri, pubblicata nel 1825, e Sciascia coglie la differenza tra i due autori nel trattare gli eventi:

“Pietro Verri guarda all’oscurità dei tempi e alle tremende istituzioni, Manzoni alle responsabilità individuali”.


Sciascia concorda con Manzoni nel pensare che gli uomini non possano essere scagionati dai misfatti che hanno commesso, perché non esiste ragione alcuna che superi le scelte morali.

Il testo di Sciascia, scavando nella vicenda, ce ne presenta i protagonisti, le implicazioni, i risvolti e ci accompagna in una indagine ed in un thriller in cui i malvagi sono uomini di potere, che prima approfittano delle loro serve ed in seguito se ne liberano accusandole di stregoneria.

Nella storia che ne risulta sono gli indifesi, come sempre, ad essere il bersaglio degli abusi degli uomini di potere e dei ricchi e delle loro assurde credenze.

La medicina dell’epoca, ci dice Sciascia, non riesce a spiegare il disturbo da cui è colpito il senatore Luigi Melzi, non per deficienza ma perché il suo potere viene annullato dal “diabolico ostacolo” che per il lettore risulta evidente essere la malvagità umana e non, come parrebbe, le seduzione demoniaca.

La pressione delle credenze è così forte che persino l’accusata si trova a confessare e addirittura ad inserire nuovi dettagli ed episodi pieni di diavoli.


“Questo è il punto; Caterina Medici credeva di essere strega o, quanto meno, aveva fede nelle pratiche di stregoneria. E forse una fede meno intera di quella dei suoi accusatori: poiché, in fatto di stregoneria, l’inquisitore e l’inquisito, il carnefice e la vittima, partecipavano dell’eguale credenza; ma streghe e stregoni, dal vedere tante loro pratiche non sortire alcun effetto, qualche dubbio dovevano pure averlo, mentre ovviamente non ne avevano coloro che li temevano o che di pratiche stregonesche si credevano affetti - e ancora di più i padri inquisitori, i giudici”.


Le vittime, le presunte streghe, arrivano a dubitare di se stesse, mentre i carnefici mantengono salde le loro convinzioni sulla stregoneria. Le confessioni, necessarie all’Inquisizione per le esecuzioni, venivano estorte con la tortura e spesso in quella situazione la fantasia delle donne, stimolata dalle richieste degli aguzzini, produceva narrazioni sorprendenti, che sembrano ribaltare per un attimo, uno soltanto, i ruoli. È la donna, stremata dalle torture, a sorprendere i suoi carnefici, rendendoli testimoni della grandezza del proprio potere. Ma dura un attimo, non c’è clemenza e non c’è intelligenza nei giudici che non tengono conto dei particolari che si contraddicono, che non cercano incongruenze, vogliono solo arrivare al rogo.


“Il Senato e la Curia non volevano la verità, volevano creare un mostro che perfettamente si attagliasse al grado più alto di consustanziazione diabolica, di professione del male di cui i manuali di demonologia, classificandoli e descrivendoli, deliravano. Si voleva insomma costringere Carolina, coi tormenti, a uguale delirio. E Caterina non può che accontentarli”.


Tra le dichiarazioni fatte da Caterina durante le torture, quella che mi ha colpita di più è questa, aggiunta alla fine dal giudice Giovan Battista Sacco. “In uno degli interrogatori, Caterina Medici ha detto di aver sempre sentito dire che tutte le streghe hanno il popolo [la pupilla, ndr] dell’occhio più profondo e più basso delle altre donne”.

Non posso non chiedermi, insieme a Sciascia, se lo abbia detto come ulteriore dimostrazione del suo essere strega, o per finale discolpa, visto che lei non aveva quella caratteristica.


Il processo di Caterina Medici si conclude il 4 febbraio 1617 e loa sentenza viene eseguita un mese dopo.

"Sia condotta sopra un carro al luogo del pubblico patibolo, ponendole sulla testa una mitra con la dicitura del reato e figure diaboliche, e percorrendo le vie e i quartieri principali della città col tormentarla nel corpo con tenaglie roventi, per poi essere bruciata dalle fiamme...".

Sciascia ci invita a sentire il disagio che il degrado del perbenismo genera in noi: Caterina è uccisa per nascondere l’inettitudine dei medici, per nutrire i pregiudizi e le orrende credenze radicate nella città di Milano.


Non è possibile liquidare questi episodi soltanto collocandoli in un oscuro passato.





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