Quando l'anima trema



In questi giorni a Barberino di Mugello stiamo vivendo il terremoto: la scossa di lunedì 9 dicembre delle ore 4.37 è impressa nelle nostre menti e nelle nostre vite…Paura, tanta paura quella notte, tutti in strada sotto la pioggia e tutti svegli in macchina o dove era possibile trovare riparo fino all’alba…

Poi nella giornata di martedi 10, altre scosse - per fortuna minori: la fila delle persone in piazza Cavour per richiedere l’intervento ei Vigili del Fuoco nelle proprie case, per poterle abitare di nuovo; e, ancora, persone sfollate, tanti anziani e famiglie nella palestra della scuola media e in altri luoghi del territorio: persone riunite per cercare insieme riparo e conforto.

Dieci giorni prima, in un incontro di Libroterapia per Soci Coop di Borgo San Lorenzo avevamo riletto il libro “Bella mia” di Donatella di Pietrantonio, per ricordare i 100 anni del sisma del 1919 in Mugello; protagonisti del libro: l’Aquila della notte del 6 aprile 2009 ed i suoi abitanti. Nel gruppo, volevamo comprendere meglio cosa significasse vivere il crollo non solo delle mura esterne, ma anche della casa interna e come fosse possibile prendersi cura delle crepe dell’anima oltre a quelle degli edifici: non potevamo sapere che presto avremmo vissuto qualcosa di simile, per fortuna di entità molto minore.

Oggi mi scopro a rileggere “Bella Mia” e a ricercare in quelle pagine qualcosa che mi appartiene: rivivo le storie delle persone sfollate incontrate nella palestra della nostra scuola, ho negli occhi le loro lacrime, nella pelle le emozioni comuni e la gratitudine di essere vivi.

In “Bella mia” incontriamo l’Aquila ferita, la vita spezzata di Olivia e quelle sospese di Marco, Caterina, della nonna e del cane Bric e il loro percorso per traformare il lutto e riprendere la vita. In Barberino di questi giorni - anch’esso con la sua “zona rossa”- ritroviamo i luoghi del crollo, le crepe sui muri e le ritroviamo sui volti e nei racconti delle persone: nel centro storico solo i vigili possono entrare e molte abitazioni sono interdette agli abitanti; qualcuno si è trasferito da amici o dai parenti in città, qualcuno ha dormito nei camper nonostante il freddo, qualcuno si dice fortunato perché può abitare almeno il pian terreno della sua casa.

Stamani, 12 dicembre, è caduta la prima neve e una donna mi diceva “Meno male ci sono i bambini che giocano in strada…le case accanto alla nostra sono vuote ed è triste sentire solo il silenzio…manca la vita!”

L’urlo delle due sculture gemelle di Olivia in “Bella mia” mi ricorda l’urlo di ognuno di noi svegliato dal sisma nella notte tra domenica e lunedì: un urlo di morte e di vita insieme: la paura, l’impotenza, il sentirsi feriti nel luogo più caro e più sicuro –la propria casa- e poi il ritrovarsi insieme e condividere i propri racconti –perché il racconto è già cura nel momento in cui è condiviso- e la solidarietà negli occhi e nei gesti delle tante persone accorse, giovani e meno giovani, per dare una mano alla nostra comunità.

Tra le persone incontrate quel giorno in palestra, subito dopo il sisma, due in particolare mi hanno toccato in modo diverso, ma ugualmente intenso: Orsetta, una donna volontaria della protezione civile, romana di nascita ora abitante in Firenze che ci sedeva accanto, ci sorrideva e ci porgeva il suo aiuto negli occhi, in modo gentile, come a dire “Ci sono” anche senza parole: con lei ci siamo commosse e abbiamo anche riso, poi, alleggerendo la tensione di quei momenti.

L’altro incontro è stato quello con una donna venezuelana, carnato olivastro, capelli neri raccolti in una crocchia e due orecchini con foglie dorate che mi sono sembrati da subito bellissimi: la donna mi parlava in spagnolo e nonostante io non conoscessi la lingua, desiderava esprimermi la sua preoccupazione per sua figlia e il suo nino – il nipotino che lei amava e per cui era venuta in Italia- le difficoltà della figlia col marito e il suo desiderio di tornare a casa con loro in Venezuela; il sisma la aveva colta a Barberino mentre la figlia era in viaggio: nei suoi occhi leggevo preoccupazione per non poter rientrare in casa, dove aveva i medicinali necessari alla sua salute, ma anche gratitudine per quella comunicazione-relazione umana stabilita tra noi.

“Bella mia” è l’Aquila per gli aquilani e “bello” è ciò che, in vari modi, ci cura: “belli” siamo anche noi quando riusciamo ad esprimere le nostre parti vitali, non senza sentire le ferite che ci abitano e ce ne prendiamo cura come possiamo, nutrendoci di relazioni profondamente umane.

#BenedettaPazzagli #terremoto #BellaMia #Mugello

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