Riflessione sulla Libroterapia


La libroterapia è uno strumento, un medium, che permette di ascoltare e ascoltarsi, raccontare e raccontarsi: raccontare storie è, come spiega E.Polster, “una esperienza naturale”, un modo per esercitare la propria innata curiosità, che unisce “la sete di ascoltare” e “la naturale inclinazione a narrare, presente in ciascuno di noi”.(1)

Personalmente, condivido il pensiero di E.Polster che sostiene che romanzo e terapia hanno in comune “un ampliamento di prospettiva”(2) e quella di E.Berthoud e S. Elderkin che scrivono: “A volte è la storia che ci affascina; a volte il ritmo della prosa che lavora sulla psiche, calmandola o stimolandola. A volte un pensiero o un atteggiamento suggeriti da un personaggio che si trova invischiato in un dilemma simile. In qualsiasi caso i romanzi hanno il potere di trasportarci in un’altra esistenza, e farci guardare il mondo da un altro punto di vista”.(3)

Se seguiamo il consiglio della collega R.Bindi (4), la quale ci invita alla lettura per alimentare l’anima e dialogare con l’inconscio - mai pienamente prevedibile, poliedrico e dirompente - lo scopo diventa porsi domande e ricercare il senso della vita, più che darsi risposte, sulla via della personale “individuazione” di junghiana memoria.

Inoltre, porsi alcune domande insieme nel piccolo gruppo può amplificare la ricerca di senso che l’uomo avverte dentro di sè e contribuire alla ricerca di un senso condiviso, esperienza particolarmente nutritiva in un’epoca sempre più caratterizzata da solitudini virtuali che disconnettono l’uomo dalla sua umanità, facendogli dimenticare che essa si costruisce principalmente nella relazione. Per M. Recalcati è proprio “la mancanza di un incontro autentico con l’Altro” la base più diffusa della patologia odierna. (5)

Nei gruppi di consapevolezza che promuovo, incontro persone che non hanno problemi psichici di grave entità, anche se alcuni di loro soffrono di aspetti disfunzionali di natura nevrotica: nel corso del lavoro, se il gruppo funziona, la narrazione delle storie degli altri evoca la narrazione della propria storia. Accade così che, in presenza di un contesto affettivo rassicurante, le persone si dis-velano e scoprono che le proprie “ferite” sono anche “feritoie” (6): esse, insieme al dolore, possono aprire il soggetto a prospettive divergenti sul proprio vissuto e sulle proprie relazioni. E’ allora che le persone possono diventare, per se stesse e per gli altri, “un libro aperto” (7) e pacificarsi maggiormente con le proprie “ombre”, umanizzandole.

In questo processo, il piccolo gruppo può essere un contenitore capace di restituire agli individui un sé più flessibile e integrato, all’interno di una esperienza di reciprocità autenticamente umana. Attraverso la narrazione di sé stimolata dalla lettura del libro, il terapeuta aiuta i soggetti a cogliere quelle sfumature dell’esperienza sociale che il linguaggio veicola, poiché “ linguaggio e sé hanno sviluppi contigui” (8).

In sintesi, il lavoro nel gruppo di libroterapia può offrire ai partecipanti, terapeuta incluso, la possibilità di accedere ad una ricchezza diversa da quella della terapia individuale ed averne restituita indietro una immagine di sé maggiormente integrata, arricchita dal contributo di tutti .

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1 E.Polster, Ogni vita merita un romanzo. Quando raccontarsi è terapia”, Astrolabio, Roma 1987, p.111

2 Polster, op.cit, vede una somiglianza tra terapia individuale e di gruppo quando scrive: “Se nelle persone coesistono tanti personaggi, anche lavorando con un solo paziente, in realtà il terapeuta fa terapia di gruppo”: ciascuna delle parti della persona si esprime in parole e azioni sue proprie e “sentirsi uno in questa molteplicità è una delle sfide più significative della vita”

3 Si veda E.Berthoud e S. Elderkin, “Curarsi con i libri”,op.cit., p.18

4 Si veda la homepage del suo sito www.rachelebindi.it

5 Recalcati definisce questa tendenza dell’uomo contemporaneo “evasione dal legame”, i cui effetti principali sono solitudine e angoscia: si veda a riguardo M.Recalcati,”Elogio del Fallimento”, Erickson Edizioni, 2011, Trento, pp.109, 151-152 e 170-171

6 Si veda A: Carotenuto, “Lettera aperta ad un apprendista stregone”, Bompiani, Milano,1998

7 P.Pizzuto in Biblioterapia, op,.,cit., p. 49

8 E.Levenson, “L’ambiguità del cambiamento”, Astrolabio Editore, Roma, 1985, pp.35, 66 e 109-110

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